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Esiste una professione “ideale” per andare all’estero?

di Bernd Faas

Spesso ci viene rivolta questa domanda da chi vuole partire per l’estero. La risposta è un semplice “no”.
Naturalmente ci sono delle professioni avvantaggiate per una esperienza all’estero.
Pensiamo, per esempio, al pizzaiolo, che trova impiego nei ristoranti di tutto il mondo, sulle navi da crociera e nei parchi di divertimento.
Oppure al rappresentante – venditore, ricercato dalle aziende medio-grandi in Europa ed oltre.
Oppure all’animatore, che ha a disposizione un numero enorme di villaggi turistici anche esotici. Oppure al personale medico-sanitario, che può trovare un impiego in Australia come in Arabia Saudita, negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, in Germania, ecc.  Per non parlare delle professioni artigiane che sono ricercatissime nei cantieri e nelle case dell’Irlanda, del Canada e dei paesi del Nord.

Professione ed esperienze acquisite sono la base necessaria per riuscire nell’inserimento all’estero con un lavoro qualificato, ma non sono sufficienti. Altri fattori fanno la differenza: lingua, età, personalità, motivazione.

Lingua: dimostrare cinque anni di esperienza da parrucchiera o essere un bravo docente in matematica valgono niente se manca un buon livello di lingua straniera per intrattenere i clienti oppure insegnare le formule agli allievi. Un’infermiera o un medico senza un livello comunicativo adeguato a spiegare al paziente le cure da fare, sono un rischio per l’ospedale e di conseguenza nessuno li vuole.

Età: già in Italia è difficile trovare un lavoro quando si sono superati i 40 anni. Gli ultraquarantenni che pensano di aggirare questo ostacolo rivolgendosi all’estero, dimostrano un forte grado di ingenuità. Purtroppo solo lentamente le nostre società si stanno muovendo verso una rivalutazione dell’età e della conseguente esperienza maturata. Oggi come oggi solo in rari casi ci sono delle probabilità reali per gli “over 40”.

Personalità: tutto è più difficile all’estero perché lo straniero viene analizzato tre volte prima che l’azienda lo accetti. Poi abitudini, ritmi e burocrazia sono spesso molto diversi che in Italia e si rischia di fare errori o gaffe che possono far saltare un possibile lavoro. Chi va fuori d’Italia, all’inizio deve essere sempre in moto: deve parlare con chiunque, cercare di crearsi al più presto una rete di contatti utili per risolvere questioni cruciali come lavoro, casa, burocrazia. Timidezza e chiusura riportano a casa, gentilezza e disponibilità, invece, accrescono le chances.

Motivazione: è troppo facile dire “me ne vado, sono stufo dell’Italia, voglio guadagnare di più.”
La motivazione a partire deve essere fondata ben più solidamente: con i primi problemi (che sicuramente arrivano) vengono fuori anche i dubbi e si comincia a magnificare l’Italia (“che bello a casa”).
Per questo aspetto aiutano le esperienze all’estero fatte durante la formazione, come un’estate a vender gelati in Germania, qualche mese di stage a Bruxelles, ecc..

Scegliere una professione o indirizzare gli studi in vista di un lavoro all’estero può essere sbagliato e perfino pericoloso.
Sbagliato perché nella vita si dovrebbe fare il lavoro che piace: solo così si può essere soddisfatti e ci si può realizzare.
Pericoloso perché le richieste del mondo del lavoro evolvono così veloce che la scelta di oggi può essere superata fra tre o quattro anni, proprio nel momento in cui il titolo di studio scelto.

Infine l’estero come meta di lavoro qualificato di solito diventa importante quando sono state concluse le prime esperienze oltre alla formazione. Significa che c’è tutto il tempo dopo la formazione per aggiungere qualche competenza necessaria per l’estero tramite un corso serale, o a distanza o durante le vacanze nel paese desiderato.

Il punto di partenza dovrebbe essere un’idea chiara e realistica delle proprie capacità e delle proprie aspettative.  © Riproduzione riservata